martedì 6 dicembre 2016

La poesia di Giovanni Fierro: rigore ed emozioni

Leggendo autori che non conosco, a volte, mi vengono in mente questi versi di Jesus Lopez Pacheco:
Edizioni Dot.com Press, pp. 76, € 10.00


“Sveglio mi colloco in ogni uomo che dorme,
penetro nella sua memoria, nel suo pigiama,
respiro la sua aria, la sua donna, i suoi figli,
e non dormo più.”

Così più volte prendo in mano il libro o i libri che ho disponibili. In questo caso si tratta di Giovanni Fierro e de “Il riparo che non ho”.
Procedo andando in ordine, poi torno alle prime pagine, mi soffermo su di una poesia in particolare e noto l’ultima riga. Ricomincio di nuovo, mi soffermo. Mi prende, afferra, temo e cerco di capire: mi trovo come in una stanza senza porte e senza tetto (per questo forse intravedo il cielo, con la necessità delle sue nuvole):


“Ogni volta mi auguro  che ci siano sempre almeno un po’ di nuvole […]
[…] Prima vado a dormire
prima inizio a sognare.”

Proprio quel riparo che l’autore non ha - o crede di non avere - lo porterà a scoprire ogni ramo della propria esistenza, partendo dall’infanzia, scoprendosi nel presente, arricchendosi di un futuro che, certo, lo renderà artista sempre più completo e, proprio per questo, sempre più incerto e dubbioso, come un albero che cresce e si rinforza grazie anche alle tempeste.
Finestre che rimpiazzano porte, forse anche senza vetri - malgrado il titolo - per evitare che la vista venga offuscata o dia riflessi:

Finestra con vetro

Sono nella casa nuova
a dipingere le pareti
mi accorgo che è da un po’
che da un uomo o da una donna
non sto imparando nulla.
Cosa sono di me
allora, mi domando.
Nel mio non sapere
incomincio ad invidiare
questo vetro di questa finestra
così vorrei essere
un qualcosa, che divide il dentro
dal fuori
la si può aprire per cambiare l’aria
(mi aiuta a respirare meglio)
un niente, che permette di guardare
attraverso
ma che ha lo spessore necessario
per lasciare in superficie
la sporcizia
basta un grado di obliquità e diventa specchio
non perde la profondità.
Ma ogni volta, sono solo capace
di dimenticarmi di come,
per ogni uomo
la trasparenza, quando si rompe
taglia.

Per capirne ancora e meglio provo a leggere, solo dopo, prefazioni note o risvolti e leggo una riga di Monique Pistolati a proposito di “Il riparo che non ho” che corrisponde bene a ciò che provo:
[…]C’è un continuo misurarsi tra dentro e fuori sempre alla ricerca di un senso[…].

Queste probabilmente le stanze che intendo, come accade a chi la poesia la frequenta, vivendola, non scrivendola soltanto.
Spesso il critico, animale oggi quasi impossibile da trovare, che non sia poeta a sua volta (spesso di scambi) non va e non vede oltre e quasi mai ti spinge verso la lettura nelle sue presentazioni pubblicate all’inizio nei volumi di poesia. Quelle presenti nei libri di altri generi letterari ti invogliano, con poche e chiare frasi, ad aprire o ad acquistare il testo. Per la poesia accade il contrario, ma fa testo!
Per questo non intendo sostenere questo strano evolversi della critica nei confronti della poesia, segnalando invece, da lettore, ciò che più colpisce in un testo.

Se, come in questo caso, le ‘voci’ di Fierro hanno una musicalità (ben poco italiana), se ogni poesia e ogni verso non è altro che una piacevole scoperta, con le emozioni, le contraddizioni e i dubbi che affliggono il poeta, compresi quelli che lo ‘costringono’ alla pagina e ai versi che non sembrano mai completarsi (come è giusto che sia) e che mai si scoprono totalmente (questa la differenza fra poesia e romanzo) allora mi sento di consigliarlo.

Di Giovanni Fierro ho anche Oleandro e garaža piccolo volume di poesie erotiche che mi fa aggiungere qualche altro appunto sulla vitalità e severità del Poeta, che sembra invitarci:

“Non salvarti
in questa fiamma
nutrita
a carne”

Lascio quindi spazio ai versi scelti, certo di avere quel seguito di lettori, piuttosto particolare, che sanno della mia volontà di far largo alle parole dei poeti in grado di suscitare emozioni, come in questo caso, piuttosto di continuare con annotazioni varie ed eventuali.

Uno più uno

Abbiamo una bambina
da alcuni anni viviamo assieme
da un po’ di più abitiamo il nostro amore
non ti ho sposata
perché nel momento di preparare il sì
un uomo deve essere capace di promettere il cielo
io non ho le ali
e neanche non sono capace di nuotare bene
dopo due tre quattro bracciate
i miei polmoni hanno fatica
gli manca l’ossigeno.
Ma oggi, sulla spiaggia ho trovato una conchiglia
mi piace, è bianca e opaca, pulita
nel suo centro è forata
è un anello
è la fede che vorrei mettere al tuo anulare
anche se so che così, lì
tutto attorno, ci sarà
il mare.

Ad Auschwitz

Tra la neve e il suo bianco
c’è una crepatura
è lo sguardo, quando
non corrisponde alla parola pronunciata
che spingi dalla bocca
è evidente che qui
neanche la natura ha tenuto
si è sfaldata come una bugia
quando viene scoperta.
Per chi mai, qui
la neve, ha promesso
il Natale?

Mio nonno Nino

Faccio proprio fatica a pensare che il mio sangue
proviene dal tuo sangue

i miei capelli che rimangono ostinatamente neri
i tuoi erano completamente bianchi prima che tu avessi trent’anni

i miei occhi scuri dovrebbero nascondermi e invece mi svelano
l’azzurro dei tuoi è il cielo che ti protegge.

Io ho ancora mani da ragazzo
hanno poca forza nella presa
ancora non dicono qual è il mio coraggio

così guardo le tue mani

i tuoi calli sono la soluzione
di ogni algoritmo che la fame ti ha snervato nello stomaco
la radice quadrata della tua bontà che non ti ha mai tradito
la giusta approssimazione ad ogn
i tuo possibile sogno
il suo esatto più vicino

questa pelle sulle tue dita, asciugata a nocciolo di pietra, stretta a pugno
o volata a carezza, dove è più consumata e quasi nascosta per vergogna

lì riconosco il segno della tua matematica più precisa
pala e piccone.

Memoria

Che non è possibile
mercoledì sera non sapevo più
dove avevo parcheggiato la macchina
tre quarti d’ora a cercarla per via Angiolina
e nelle strade tutte attorno
e adesso, i cinquanta euro che avevo in tasca
dove sono andati, dove li hai messi
ma hai problemi di memoria
non è che sarà la ciste dietro il tuo orecchio sinistro.
mi dici mi chiedi mi appelli.
Mi sento offeso, prendo il cappotto
e esco di casa
metto in moto l’auto, guido per più di un’ora
e tutto questo tempo continuo a domandarti
sottovoce, con le parole che non si sporgono
di più di un centimetro, dalle mie labbra
ma tu, non ti ricordi di volermi bene?


Per te sono stato la fermata d’autobus che non arriva mai
ma che permette al viaggiatore di guardare il paesaggio.
Il nostro amarci non è mai stato amore
tu lo hai desiderato e hai creduto che poteva essere un fiore.
Avevi ragione
era una rosa.
Già nel seme aveva tutte le sue spine.

Pioggia

Mi chiedi le parole dell’amore che io non dico
perché non ho braccia robuste
e poca forza nelle mani
per poterle proteggere.

Ma è stato il tuo ‘ti amo Giovanni, incondizionatamente’
ha messo il seme nel mio istinto.
Poi io sono stato capace di un unico gesto animale
ho voluto fare del tuo ventre un nido.

Se amore è quando noi due finiamo di pranzare e cenare
sui piatti vuoti e sulla tovaglia rimangono le briciole

se le mettiamo assieme fanno un pezzetto di pane
da sole sono la fame.

Una bambina

Nel tuo ventre il mio seme si è spaccato
è diventato radice
tu sei la terra promessa e lo proteggi.
Sul monitor dell’ecografia
vediamo i piedini, le due piccole mani
il profilo del viso ti è subito piaciuto
la spina dorsale, il suo battito cardiaco

la ginecologa ci indica i tre piccoli segni paralleli
ci dice che sono la vulva.

Forse è questa la fiducia

è trovare la parola piena
il tuo seno che si prepara al filamento del latte e verrà succhiato
è dire guarda c’è il sole oggi
è indicare il suo centro senza dire che è il bersaglio.

Questa mattina hai contato la circonferenza della tua pancia
‘ottantotto centimetri' mi hai sorriso

per oggi è questa la misura del mondo.


Giovanni Fierro e nato nel 1968 a Gorizia, dove vive. Suoi testi sono stati pubblicati nelle antologie Frantumi (2002) e Prepletanja - Intrecci (2003) e nel dicembre 2004 nella sua prima raccolta poetica Lasciami cosi, edite da Sottomondo Gorizia.
Nel gennaio 2007 ha pubblicato Acque di acqua, raccolta di sette testi, inerenti al dvd “Judrio” dell’artista cormonese Mauro Bon. Gli stessi testi, integrati da nuovi scritti, sono apparsi nell’antologia Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara Editore, 2008). Nel febbraio 2011 e uscita la sua ultima raccolta Il riparo che non ho, con prefazione di Claudio Damiani e quarta di copertina firmata da Monique Pisolato, edita da Le Voci della Luna. Nel dicembre 2011, cinque suoi nuovi testi a titolo Una tregua sono ospitati sulle pagine dell’Almanacco dello Specchio 2010 - 2011, edito da Mondadori. La sua pubblicazione più recente e la plaquette, venti testi, Oleandro e garaža, pubblicata ad inizio 2015 per l’editore Qudu di Bologna. Ha partecipato a varie letture e festival poetici in Italia, Slovenia, Croazia, Austria e Repubblica Ceca. È tradotto in portoghese, sloveno, tedesco, croato, ceco e friulano.
Collabora con il quotidiano Il Piccolo e la rivista IsonzoSoča.
Cura la rivista mensile on line Fare Voci. Giornale di scrittura (www.isontina.beniculturali.it). È responsabile della collana di poesia “Fare Voci”, per l’editore Qudu di Bologna.

Per contatti: giovannifierro68@hotmail.com

lunedì 5 dicembre 2016

Molino del gobbo: dove natura e persone s'incontrano

C'è sempre un luogo dell'anima dove parte di te rimane a lungo nel tempo e nello spazio. Te ne allontani a volte, cerchi distrazioni altrove, cerchi, viaggiando, un posto simile, inutilmente, eppure c'era solo tanto verde, circondato da colline e faticose salite.
Ogni passo andava misurato e il silenzio era interrotto dalle foglie o da qualche uccello che nelle notti stellate intravedevi appena. La porta d'ingresso della tua camera la tenevi per questo socchiusa; nessuna interferenza, nessun timore di parlare troppo o per niente così che ti sentivi in compagnia costante e al tempo stesso solo nei tuoi pensieri.
Il pensiero più frequente, quello di doversene riandare, si fondeva col tempo trascorso anche se qui le giornate apparivano lunghissime.

Qualche volta aspettavi il ritorno di Marco, medico e scultore di pietre dure; il ritorno coincideva con la cena e nei giorni festivi anche nel pranzo.

Poche le parole, come sempre, ma precise, delicate, con qualche accenno alle letture che avevano inciso più di altri. Pranzo o cena si svolgevano in una sorta di museo, attorniato da un grande affresco che ricordava il tempo di quando mi occupavo di pittura, quello degli anni '60 e '70 nel periodo, mai rimpianto, catanese.
A circondarmi nella casa e fuori tutta una serie di oggetti raccolti negli anni che raccontavano l'amore fra Marco e Rosana. Spesso si aggiungevano i suoni e le melodie brasiliane e forse, anche questo, mi faceva sentire in famiglia riportandomi agli anni giovanili, alla poesia di Vinícius de Moraes e ai romanzi di Jorge Amado, come Terre del finimondo o Jubiabá.
Julio Cesar figlio voluto e adottato dalla coppia Rosana e Marco, cui la madre dedica questa tenera e giusta "lettera" che mi sento in dovere di riportare:
Gli "attrezzi"

"Cosa sarebbe una lettera scritta a pugno a un figlio in questi tempi informatici…Ah, figlio mio, abbi pazienza con tua mamma lunatica e cosa dire, pure poeta… Ho bisogno dei versi per agganciare le mie emozioni…Tu, adesso sei cresciuto alla sfuggita dei miei occhi. Molte volte non mi perdono per non avere fermato la mia frenesia per osservare la tua crescita e non notare il cambiamento del brillo dei tuoi occhi, della rivoluzione dei tuoi pensieri, dell’antagonismo ripetuto: Mamma non sei il centro dell’universo. Figlio, amato, non sono perfetta! Non ridere, perché tu lo sai che è una frase così scontata e che non direi mai! Però quanto è vero e davanti a tutte le imperfezioni della vita e del mio essere vorrei chiederti umilmente di aiutarmi a crescere insieme a te, perché tu sei il figlio che ho sempre desiderato...]”
Leonardo e Salvador

A Rosana, Marco, Julio Cesar si aggiunge il nipote Sereno (mai nome fui più azzeccato!) una presenza costante, silenziosa ma quando serve avrete un vulcano a sostegno di qualsiasi necessità.

Come dicevo, i miei passi sono difficoltosi e l’immenso piacere appena descritto non ha nulla a che vedere con chi può provare le scarpinate dei dintorni ricchi di boschi o soltanto la discesa verso la piscina in fondo al Molino con relativa risalita verso il ‘teatro’ appositamente messo su da Marco con la pazienza di un muratore, la precisione di un ingegnere e la maestria di un artista. Tutto in uno!

Certo la natura fa del suo meglio per creare i luoghi ma sono poi gli umani incaricati di mantenerli ed è questa la caratteristica del Molino del Gobbo che si rispecchia in tutto il paese di Sant’Agata Feltria con l’architettura della sua piazza centrale, dove spicca per bellezza un delizioso piccolo teatro restaurato e tenuto in funzione e attività grazie al lavoro di alcuni appassionati cittadini cui ho avuto il piacere di stringere la mano.
Le pietre, ben visibili, opera di Marco
La caratteristica principale però è quella degli incontri: vista la poesia che esprimono luoghi e persone chiunque arrivi si sente a casa propria e ha voglia di raccontare e raccontarsi con una familiarità che probabilmente deriva anche da tutto ciò che circonda, dai libri agli animali, dove spiccano più di altri Salvador Dalì e Leonardo Da Vinci.

Naturale che appare, e c’è marcata, la complicità della poesia. Scorrendo anche nei tanti commenti che accompagnano il sito o ne fanno da ‘complice’ ho trovato che molti concordano soprattutto su due cose: sentirsi a casa e la serenità dei luoghi.
Ma certo! I luoghi sono sereni se non distrutti dall’umana malvagità o avidità e qui, a parte un parcheggio più ampio, non manca davvero nulla.
Mi veniva in mente un film di Walt Disney (senza scempi!) a vedere le oche passeggiare sul finire della sera. Poi arrivare persone entusiaste da ogni parte d’Italia e tutti recidivi: tornavano sui luoghi amati ed è come una grande famiglia che si riunisce ogni tanto che, in genere, non accade più.
A questa grande famiglia mi sono legato e non vedo l’ora di tornare.
Dove, fra l’altro ho scoperto e letto alcuni autori che, malgrado l’esperienza e la voracità, non conoscevo ancora… eppure!

visita il sito per saperne di più:

http://www.molinodelgobbo.com/index.htm

lunedì 28 novembre 2016

Concerto poetico per SignorNò e iniziative a favore di Fernando Eros Caro

Concerto poetico contro la guerra “SignorNò”
Primo dei nuovi incvontri per la nuova edizione di SignorNò il 14 dicembre a Roma
per l'evento su facebook clicca QUI


Parteciperanno all’iniziativa, organizzata e curata da Beppe Costa, l’attore Alessandro Galli, gli autori Antonella Rizzo, Franca Palmieri, Giovanna Iorio, Iago, Leonardo Omar Onida, Marino Santalucia, Michela Zanarella, Stefania Battistella, Stefania Di Lino , Valeria Raimondi.
Le musiche dal vivo saranno curate da Giuseppe Natale(chitarre) e Marco Cinque (percussioni e fiati etnici). La serata sarà dedicata al nativo americano di ascendenza yaqui Fernando Eros Caro, prigioniero da 35 anni nel braccio della morte di San Quentin, a cui sono dedicati anche i diritti d’autore del volume.
“Riproponiamo con le edizioni Pellicano una versione allargata della raccolta SignorNò, per diversi motivi: il primo è che, purtroppo, la guerra è un argomento sempre tragicamente attuale. Il secondo motivo è che le voci dei veterani statunitensi e dei refusnik israeliani, cioè coloro che la guerra l’hanno fatta in prima persona, sono capaci di dare un impatto emotivo che va oltre la retorica, riuscendo a far vacillare le certezze di coloro che ancora confidano nell’utilità e nell’ineluttabilità dei conflitti.
Inoltre, questo progetto si pone come inclusivo, aperto perciò alle collaborazioni di nuove voci poetiche che lo arricchiscano, regalandogli altra linfa, ulteriori energie, rinnovati entusiasmi finalizzati a divulgarne e rilanciarne il contenuto. L’ultimo, ma non meno importante motivo, è che SignorNò ha anche una valenza molto concreta e tangibile, poiché i diritti d’autore di questo volume sono interamente dedicati alla causa di Fernando Eros Caro, nativo americano di ascendenza yaqui rinchiuso da ormai 34 anni nel braccio della morte di San Quentin, in California.
Abbiamo potuto sperimentare, negli anni, come un semplice libro possa trasformarsi in un vero e proprio progetto multimediale itinerante,capace di seminare pace in una umanità sempre più alla deriva, sempre più orfana di risposte che lascino un segno, una speranza, un sogno da raggiungere, assieme.”
Il sostegno economico arrivato da queste iniziative è stato molto utile a Fernando Eros Caro perché, come dice spesso lo stesso Marco, lo spaccio del carcere vende prodotti ad un prezzo molto superiore rispetto a quello usuale, quindi anche comprare un francobollo per rispondere alle nostre lettere diventa impegnativo.
Fernando è rinchiuso nel braccio della morte di San Quentin da oltre trent’anni perché è stato accusato di duplice omicidio. Come scrive Marco nell’introduzione di Saai Maso:
“Se Gesù Cristo fosse nato indiano, come minimo, sarebbe stato condannato per pedofilia soltanto per aver detto “lasciate che i bambini vengano a me”, scriveva dal carcere il Sioux-Lakota James Weddel, ed è proprio il fatto di essere un “indiano” che ha reso Fernando, e tanti altri come lui, colpevole ancor prima di nascere. […]
Dal 1981 Fernando Eros Caro è prigioniero nel braccio della morte, per un duplice omicidio di cui si è sempre dichiarato innocente. Il suo avvocato d’ufficio fu incapace di offrire una difesa degna di questo nome, ma fu anche intimidito dalla situazione ambientale: il processo, infatti, si svolse nella contea di Fresno, dove risiede il quartier generale del Klu Klux Klan californiano. Il pubblico ministero nascose alcuni fatti alla giuria, composta solo da bianchi, e chiese di ignorare importanti prove a discarico; inoltre, sbarazzò la giuria dei giurati ispanici e amerindiani, in barba a una legge federale, e mentì dicendo che ci sarebbero state opzioni di pena. Nella foto Fernando Eros Caro durante una visita al carcere di San Quentin 

Marco Cinque e Giuseppe Natale durante un concerto
Vogliamo unirci, così, ai ringraziamenti di Marco e far vedere a tutti coloro che hanno sostenuto questi progetti che l’obiettivo è stato centrato, siamo riusciti ad aiutare Fernando anche se si trova dall’altra parte dell’oceano, dentro un carcere di massima sicurezza. Questa è la prova che la poesia non ha confini e sa essere molto, estremamente concreta.
Il primo incontro

mercoledì 23 novembre 2016

NO RESIGNACIÓN, 135 poeti di tutto il mondo per dire no alla violenza alle donne


Da Salamanca (Spagna) l'impegno per una protesta internazionale contro la violenza alle donne attraverso la pubblicazione di un libro 
“NO RESIGNACIÓN” che raccoglie 135 poesie di autori di tutto il mondo, curato dal saggista poeta Alfredo Pérez-Alencart e coordinato da Cristina Klimowitz. Il volume è arricchito da 45 disegni dell'artista Miguel Elias
Alcuni autori nella sezione finale sono pubblicati anche nella lingua originale.
Ho raccolto volentieri l'invito del poeta Alfredo Pérez Alencart, (nato a Puerto Maldonado, Perù (1962) attualmente  Professore di Diritto del Lavoro presso l'Università di Salamanca) unitamente a Igor Costanzo, Stefania Battistella e Antonino Caponnetto.

Per scaricare l'antologia clicca QUI

Per saperne di più vai QUI

I nostri contributi

SEÑOR DIOS, SEÑORA INTELIGENCIA (Stefania Battistella)

Yo no soy una bomba,
no soy un niño muerto,
no soy Hamas y no soy Israel
y no soy ni siquiera Sudán ni Mali,
Siria o Líbano,
no soy ni siquiera aquello
no soy los muchos mutilados y ni siquiera las enfermedades
y tampoco la aspirina que bastaría para sanarlos
aún menos soy la concepción de la vida
y aquella que permite el hambre, mosquitos y vientres hinchados.

No soy el Islam y no soy el Cristianismo
no soy las cruzadas y no soy los egipcios
no soy un esclavo y no soy ni una hechicera ni un mago.

No soy un bunker
no soy un campo de concentración
no soy una prisión y no soy un mortero.
No soy una pistola o un fusil o una piedra lanzada,
ni siquiera el ácido en el rostro.

No soy ni siquiera un misil en la frente de un hospital
no soy una ambulancia
que dispara sólo cuando parte y no dispara al volver

no soy un jefe de estado corrupto
ni un partido extremista por un lado o por el otro
ni siquiera un ciudadano que se llena la boca de palabras
sin saber por dónde llegan
no soy ni blanco ni negro
no soy el Papa no soy Mahoma

no soy Buda y cada otro nombre que haya tenido
esta concepción y su relativo movimiento.

No soy estúpida, y no soy ni siquiera muy inteligente,
sin dudas, lo que sé es que no soy una madre que llora
porque ya no soy madre

no soy la locura del hombre
y sobre todo no soy todas sus concepciones.

Sé todo lo que no soy,
pero, excepto eso, no queda nada más
que lo que soy.

¿Cómo se hace para ponerlo todo en práctica,
querido Dios, querida Inteligencia?


La prima presentazione è avvenuta al Teatro liceo di Salamanca giovedì 17 novembre



EN EL MÁS NEGRO DE LOS DÍAS (Antonino Caponnetto)

Mil soles se apagan cuando una mujer se ofende mortalmente
cuando locura, obscenidades, violencia
ensucian su cuerpo
cicatrizan y dañan la mente,
miles de estrellas se apagan cuando contra ella, día a día,
la tiranía de un varón enfermo que ya no es un hombre,
y que en el fondo
odia a sí mismo y a los de su manada,
contra su madre hembra mujer
sin cesar descarga.
Sin razón. Y de repente mata
sus esperanzas y sus sueños.
Cada belleza en ella ya no tiene casa
todo se transforma en su opuesto
cada herida es culpa silenciosa,
deseo de muerte, odio sin fin.
¿Pero todo esto va a durar para siempre?
Una vez más tú serás
hembra, madre, mujer
ahora y siempre
portadora de vida, de belleza
fuente del amor, cuando el mundo
erradique el virus que lo mata

ahora, aquí, en el más oscuro de días.


ESQUINA EPÍLOGO (Igor Costanzo)

Odiar a la violencia es un hito antiguo
al que se llega después de una larga
manera de dejar un legado
a los que heredarán la tierra.
Ocurre suerte, fuerza
e inteligencia, y el que debe probar
para creer corre el riesgo de ser asesinado
o de matar.
Ella gritaba que fue un accidente,
un empujón estúpido en un borde
de la madera, así trivialmente
se consume el epílogo,
no quería, no quería,
pero ya no sirve de nada.



MUERTE DE AMOR (Beppe Costa)

Trabajaba las imágenes
pasando por delante de la tele
cocinaba mal
comía siempre pizza y calabacines
era celosa
¿yo era celoso?
Con la manía de los zapatos
ocupaba toda la casa
tenía un amante
pero yo también tenía un amante
y no lograba tener dos
votaba a la Izquierda
cuando la Izquierda había desaparecido
yo roncaba, y le fastidiaba
(no se puede vivir así, entre dos)
era demasiado bonita
y se le habían subido los humos
así que tuve un raptus y la maté
y había sido licenciado
matar viene bien para la salud, te vuelve libre
la maté para protestar
pero, quizás la maté por quererla demasiado
sí, en serio, demasiado.


Traducción de Stefania Di Leo


venerdì 11 novembre 2016

Lettera al sindaco dalla terra di “Nessuno” di Iago



Mi chiamo Iago e sono un poeta. Da molti anni vivo nella periferia est di
Nettuno, zona laghetto Granieri, posto meraviglioso. Altrettanto non si può dire per chi sporadicamente torna a visitare queste parti con diverse intenzioni. Pochi giorni fa ho subito l'ennesimo furto in casa per mano dei soliti infami. Una persona di mia conoscenza ha affermato che l'uso chirurgico della parola fa più danni di una pistola, verifichiamolo: rendo noto alla pubblica cittadinanza che la zona dove risiedo è oggi terra di nessuno, solo lungo la mia strada è l'ottavo caso di infrazione.
Caro sindaco ti invito caldamente ad impegnarti per una maggiore valorizzazione delle periferie... tutte. Non solo la mia, altrove è ospite l'abbandono più completo.
Anche ai margini c'è vita, non solo al centro e nelle piazze, dove governare è senza dubbio più semplice,ma chi si propone come guida civica, chiunque esso sia, deve salvaguardare ogni realtà sociale, per edificare insieme il villaggio della Convivenza con i mattoni dell'Onore, del Rispetto e del Coraggio.
Qui manca la presenza, eppure mi trovo ad appena 1 km dal centro; da mesi attendo una risposta dai lavori pubblici per migliorare l'illuminazione dell'unica strada comunale, la forza dell'ordine è un cadavere privo di vermi e allora che fare?
Tu caro sindaco cosa faresti?
Mi chiamo Iago, scrivo poesie e una volta credevo nell'onestà. Sono un cane sciolto, non ho padroni e non colleziono schiavi ma ho avuto una buona educazione.
Il bosco qui vicino un tempo ospitava un fauno, principe della magia e saggio guardiano, anche lui pare aver abbandonato queste lande, forse il drago lo ha divorato.
Caro sindaco riprenderò a scriverti da dietro le sbarre o da sottoterra, perché di certo i soliti infami torneranno. L'alternativa che lo stato mi lascia è la prigione o il cimitero.
Evviva tra non molto ci sarà il referendum. Offro gratis un consiglio: votate “non so”.

Se vedete dormire
un uomo libero, svegliatelo!
Perché sta sognando una prigione.

Perché sta sognando una prigione.



Iago, nome d’acqua Roberto Sannino. Nasce a Roma nel 68. Incontra la poesia nei pressi dei 40 anni, decide di lasciare il lavoro per dedicarsi esclusivamente all'attività poetica. Fautore di un fare diretto, attua incontri pubblici di scrittura “intemporanea” volti a favorire un dialogo vivo e dinamico tra persone e scrittura. Renato Zero lo premia nel 2006 (primo classificato al concorso Fonopoli con la poesia Il biancospino).
Ha pubblicato per case editrici non a pagamento: Delirium Tremens (Giulio Perrone), L’Alibi Perfetto e Concerto per carta e inchiostro (Bel-Ami edizioni) La famiglia dello scalzo (Seam) e Anche le scimmie odiano Tarzan (Pellicano). Ha tenuto i seguenti laboratori di scrittura poetica per scuole e istituti privati: Funzione terapeutica della parola scritta. Introduzione alla pratica poetica e Il sentimento artistico di una riconciliazione.
È stato ospite in fiere letterarie (Modena, Pisa, Napoli, Bari) e in rassegne culturali, in qualità di poeta accreditato ha preso parte a “Ottobre in Poesia”, festival internazionale interamente dedicato alla poesia, che ogni anno si svolge a Sassari e al Sirmio Festival. Ha prodotto un ibrido cartaceo Fabian (L’Erudita-Perrone), di racconti brevi legati a poesie derivate. Ha ideato e messo in scena “ Beethoven in versi” scrittura in presa diretta su base musicale classica. 

venerdì 7 ottobre 2016

Fernando Rendón Qual era la domanda?, Pellicano

Fernando Rendón Qual era la domanda? ottobre 2016, Pellicano Associazione culturale
pp. 198, € 12.00

ISBN 978-88-99615-17-8 pp. 198, € 12.00
Certamente l’amore estremo per la poesia ha condizionato tutti i giorni della mia vita che, sarebbe stata ben più terribile, se non avessi fatta questa scoperta sin da giovanissimo, grazie al fatto di una madre libraia e grande lettrice.
Così, raggiunta un’età ragionevole, riuscii ad occuparmene come editore.
Raccontare le difficoltà a chi non conosce il mondo editoriale sarebbe inutile e non è questo il luogo. Rimane il fatto nei libri, nei tanti libri pubblicati che, quasi sempre, hanno provocato l’incontro con l’Autore, avvenuto a volte subito come per Goliarda Sapienza o Alejandro Jodorowsky o dopo 30 anni come nel caso di Fernando Arrabal.
Ormai sono più che convinto, malgrado vendite e successo editoriale siano state sempre al di sotto delle mie possibilità - per questo, spesso, si rimane soli - mi è dato ormai immaginare di avere un grande fiuto. Se alcuni autori li avessero scoperti i grandi editori subito e non dopo 30 o 40 anni, qualche volta le loro vite sarebbero certamente state migliori, almeno dal punto di vista economico. Ma tant’è, come accennato la vita in arte raccoglie altre soddisfazioni.
Come in questi giorni, dopo avere scoperto, questa volta in rete, le poesie di Fernando Rendón, ne ho parlato subito con l’amico Antonino Caponnetto chiedendo se mi avrebbe aiutato a realizzare questo sogno traducendo per me, per noi, quello che considero un grande autore. Ciò che provo leggendolo mi fa sentire complice e, come accaduto altre volte, già amico per ciò che pensa scrive e fa. Riscrivo qui la parte finale dell’introduzione di Caponnetto e alcune poesie dell’Autore, certo, ben poche rispetto a un volume (oggi raro) di 200 pagine.
b.c.

[,,,Credo - e lo ribadisco qui con altre parole - che in Fernando Rendón poesia e vita coincidano fra loro in una grande unica aspirazione, la più degna da immaginare per ognuno di noi: che l’essere umano possa finalmente liberarsi dalla paura e dalla costrizione (o se si vuole, dalla coazione a ripetere), sapendo bene che ciascun individuo può realizzare questo grande sogno soltanto insieme agli altri, in quanto parte di una totalità umana quotidianamente consapevole e ormai pronta a incontrarsi con il proprio Tutto, il quale ci contiene eppure ci trascende.
Un libro necessario, per me, questo, sul cui valore intrinseco, non ho dubbi ne remore, un’opera antologica che permetterà agli italiani di accostarsi, anche attraverso la lingua originale, a una poesia e a un poeta la cui lettura non potrà che essere fonte di gioia per chi ama profondamente la grande poesia.
Credo inoltre che, chi si avventurerà nella lettura di questo poeta cosi umanamente vicino, non potrà evitare di sentirsi sospinto verso nuovi e più intensi approfondimenti della sua poesia].
 Antonino Caponnetto, 10 agosto 2016.

1. Realistas

En la brumosa landa del tiempo
implacables guardafronteras de la realidad

Por él sentenciado
un suicida que no muere
perpetuamente se ahorca

Prohibido a las naves
alejarse de orillas y faros
para eludir tempestades
desatadas por el miedo

Por el arcabuz y el cruzado madero de ciprés
latitudes que preservaban el sueño
abruptamente fueron despertadas a la muerte

Desde entonces
poetas acusan de locos a poetas

Y cubiertos de escarnio
los a ún rebeldes
habitan un reino sin rey
donde puertas de esmeralda
que no pueden ser vistas
conducen a un inmemorial jardin de fuerzas

 Realisti

Nella brumosa landa del tempo
implacabili guardafrontiere della realtà

Dal tempo condannato
un suicida che non muore
perennemente s’impicca

Vietato alle imbarcazioni
allontanarsi da sponde e da fari
per fuggire tempeste
scatenate dalla paura

Con l’archibugio e il crociato legno di cipresso
latitudini che preservavano il sogno
bruscamente furono risvegliate alla morte

Da allora
poeti danno dei pazzi a poeti

E coperti di scherno
i tuttora ribelli
abitano un regno senza re
dove porte color verde smeraldo
che non possono esser viste
conducono a un giardino di forze immemorabile

2. Deseo

          “¡Contra la muerte, coros de alegría!”
          (P. Barbajacob) 

Si fuera posible, si lo sonado fuera, si se alcanzara, dices.
Si aquello que yace en el fondo se irguiera, si amaramos nuestra tierra,
si se lograra.
Si nos reconocieramos, si no nos apegaramos a lo que nos ata, si se
consiguiera.
Si llegara ese momento, si la alegria feroz nos invadiera, si se pudiera.
Y si nos amaramos, si fundaramos ese pais, si volvieras para quedarte
entre nosotros para siempre.


Desiderio

          “Contro la morte, cori di gioia!”
          (P. Barbajacob)

Semmai fosse possibile, se quanto noi sogniamo fosse, e se si raggiungesse,
dici.
Se ciò che giace in fondo si levasse, se noi amassimo la nostra terra, se
in questo si riuscisse.
Se ci riconoscessimo l’un l’altro, se non ci affezionassimo a quanto poi
ci lega, se questo si ottenesse.
Se giungesse improvviso quel momento, se la gioia feroce ci invadesse,
se tanto si potesse.
E se ci amassimo, se quel paese uniti edificassimo, se ritornassi tu per
rimanere fra noi per sempre

3. Movimiento
I
Se renuevan sin tregua los ciclos
violencia y reposo se suceden
El oro adentro se transforma
Del origen a la desembocadura
se desdobla un lecho dorado
se alternan los ritmos
con dolor se dilatan los cauces
Es dificil nacer en otra época y lugar
Es el rio que todo atraviesa
y cae se purifica distribuye
golpea murmura acaricia
avanza se enturbia centellea
inutil aferrarse a orillas
la corriente perpetua arrastra las manos
Se lava tu sed en una espiral de flores
afanosa corres sobre suelo lunar
II
Mineros sin edad han entrado en tus aguas
hasta la cintura
y en extranas bateas lavan tu alma
una y otra vez por siglos
laváran tus suenos
hasta que oro y sol se hagan uno
y así no te hayas deslizado en vano
por el cuerpo del firmamento y de la tierra


Movimento
I
I cicli senza tregua si rinnovano
violenza e riposo si susseguono
L’oro al suo interno si trasforma
Dall’origine allo sbocco
si dispiega un letto dorato
si avvicendano i ritmi
con dolore gli alvei si dilatano
È difficile nascere in altra epoca e luogo
È il fiume che tutto attraversa
e cade si purifica elargisce
colpisce mormora accarezza
avanza s’intorbida scintilla
inutile aggrapparsi a qualche sponda
la corrente incessante trascina via le mani
Si lava la tua sete in una spirale di fiori
affannata tu corri su terreno lunare
II
Minatori senza età sono entrati nelle tue acque
fino alla cintola
e dentro vassoi strani lavano la tua anima
più e più volte per secoli
laveranno i tuoi sogni
fino a che oro e sole siano uno
e così tu non sia trascorso invano
lungo il corpo del firmamento e della terra



4. Generacion

Había qué seguirse a sí mismo.
Había qué remover tan solo la palabra montana.
Había qué eludir la celada de la civilizacion.
Había qué volar las esclusas de la razon.
Había qué hacerse invisible a las patrullas.
Había qué hallar el mapa de la vida.
Había qué fundar el paisaje en esta comarca de fantasmas.
Se trataba de saber morir y renacer aquí y ahora.


Generazione

Bisognava seguire se stesso.
Bisognava rimuovere proprio la parola montagna.
Bisognava sfuggire all’agguato della civiltà.
Bisognava far saltare le barriere della ragione.
Bisognava farsi invisibile alle pattuglie.
Bisognava trovare la mappa della vita.
Bisognava fondare il paesaggio entro questa regione di fantasmi.
Era questione di saper morire e nascere di nuovo qui e ora.

5. Metamorfosis

Sobre un camino de polvo
camino tras la anciana
que gesticula hablando a solas
Con el cuerpo agobiado por el tiempo
evoca a escondidas su juventud
y su rostro resplandece
Paso a su lado y la miro
pero al sentirse descubierta
recobra, avergonzada, la vejez.

Metamorfosi

Lungo una strada di polvere
avanzo dietro all’anziana
che gesticola e parla da sola
Con il corpo spossato dal tempo
evoca di nascosto la propria giovinezza
e si fa risplendente il suo volto
Mi metto al suo fianco e la guardo
ma lei nel sentirsi scoperta
di nuovo, vergognosa, si fa vecchia.


Fernando Rendón (Medellín, Colombia, 1951), oltre che come poeta, è noto sia grazie al suo lavoro di giornalista, svolto per quotidiani quali “La opinión” o “El Correo” sia per aver fondato varie riviste di poesia, fra le quali “Clave de Sol”, “Imago” e “Prometeo”. Ma anche, e soprattutto, per aver fortemente contribuito alla creazione del Festival Internacional de Poesía di Medellín, che ha raggiunto una grande popolarità negli ultimi decenni.
Tra le sue opere possono sottolinearsi Contrahistoria, Los motivos del salmón, La rama roja e Canción en los campos de Marte, per le quali Rendón ha ricevuto importantissime designazioni e onorificenze; fra l’altro, in due occasioni è stato finalista del Premio Nacional de Poesía dell’Università di Antioquia. Inoltre, le sue opere sono state tradotte in varie lingue e sono apparse in numerose antologie. Ha collaborato con la fondazione dei Festival Internazionali di Poesia di San José de Costa Rica e San Salvador, e con quella della Red de Festivales Internacionales de Poesía de Latinoamérica, fornendo la sua consulenza nel crearne altri, come il Festival Mundial de Poesía del Venezuela.
Per l’altezza come per la profondità, per l’universalità come per l’intensa singolarità della poesia di Rendón, la sua attività in ambito poetico assume, oggi più che mai, un alto valore sia artistico che umano, sia per il singolo che per l’intera collettività. 



giovedì 6 ottobre 2016

Decennale Poetico OttobreInPoesia: "gioiosi naufragi di follia"

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La novità di quest'anno:

Ad uno dei tre finalisti della sezione B verrà offerta gratuitamente la stampa, 
da parte dell’Associazione Culturale Pellicano di Romadi un volume di poesie 

(che non superi le cento pagine). 
Di questa pubblicazione 
l’autore riceverà in omaggio 50 copie.


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