lunedì 29 giugno 2015

Marco Cinque, Sintesi, Seam Edizioni

traduzioni: Alessandra Bava revisione dei testi in inglese:
John Claude Smith - 
pag. 104, € 10.00
Copertina: foto Marco Cinque  design. sviluppo siti economici
Nel volume che vi accingete a leggere, accadrà come per Il libro dell’inquietudine di Pessoa, o Il codice dell’anima di James Hillman, che alcuni di voi lo terranno sul comodino, segnato, perché ognuno di voi capirà, sentirà, farà proprio ogni suo verso: aprendo qualsivoglia pagina vi troverete parte di voi, così da sentirvi legati, anche senza conoscerlo.
Può forse accadere questo dalla sua e mia frequentazione della poesia dei tanti autori stranieri (non certo perché ne manchino in Italia di altrettanto bravi, ma parlavo certamente dei noti e celebrati) e di quei tanti italiani che, come Marco, scrivono e vivono col proprio sangue la poesia, urlandola nelle piazze e nelle scuole, cantandola laddove è possibile e incontrando (senza quelle gelosie dei già citati ‘mostri’) tanti altri poeti che guardandosi attorno non possono dimenticare che la scrittura è ‘anche’ impegno civile, che poeta è colui che sente per primo e più forte il disagio umano e cerca di avvertire gli altri, quelli che può raggiungere con questo mezzo che ha, forse per sua sfortuna, perché è quello che non lo farà vivere mai bene, malgrado tutto attorno a sé funzioni o sembri funzionare, egli non può non guardare al di là del suo naso o del suo dito, e soffre e urla e canta al mondo affinché si trovi un riparo allo sfacelo così visibile eppure tanto ignorato.
Nella biografia alla fine del volume scoprirete anche il perché del fascino e dell’essenzialità della parola: Marco è musica e fotografia e Sintesi quindi “vita” in vita.
dalla prefazione
breve estratto dal volume
1.
“quale il colore
del vento?” chiesi
durante un reading
a un uomo che
sfioriva tra le sbarre:
“lo scoprirai lasciandoti attraversare”
mi risposero i suoi occhi yaqui

“which is the color
of wind?” I asked a man
withering behind bars:
“you will find it out letting
it pass through you” answered
his yaqui eyes

2.
non ci sono
parole esatte
per dire libertà
soltanto modi di viverla

there are no
precise words
to say freedom
only ways to live it

3.
il senso
è il nesso
non la forma
un sentire spogliato
e irragionevole come profumi
ad occhi chiusi


sense
is the nexus
not the shape -
a stripped feeling
and as unreasonable as
eye-shut scents

4.
anche il più
insignificante mattone
è già in sé cattedrale

even the most
insignificant brick
is itself a cathedral

5.
il sangue preteso
dalla giustizia è rosso
come quello sparso
dall’ingiustizia

red is the blood
expected by justice
as that shed
by injustice



Marco Cinque scrive, fotografa, suona, recita, pubblica saggi, raccolte poetiche, articoli. Partecipa ad album musicali, festival internazionali di poesia, mostre pittoriche e fotografiche.
Attraverso i linguaggi dell’arte veicola tematiche sociali e ambientali, privilegiando nei suoi progetti multimediali le carceri, le periferie, le scuole di ogni ordine e grado. Nel 94’ ha promosso la campagna nazionale Adotta un condannato: adozioni epistolari di prigionieri detenuti nei bracci della morte statunitensi. Ha pubblicato circa 30 libri ed è stato tradotto in inglese, spagnolo e tedesco.
L’ultimo libro pubblicato in Italia è Muri e mari, (Seam Edizioni): un lavoro poetico sull’immigrazione dedicato alla tragedia di Lampedusa.
Ha inoltre curato di recente, insieme a Phil Rushton, la nuova edizione di SignorNò! poesie e scritti contro la guerra. Da poco pubblicata negli Stati Uniti una sua raccolta antologica bilingue dal titolo At The Top Of My Voice, curata da Jack Hirschman per Marimbo Press di San Francisco. 


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giovedì 25 giugno 2015

Stefano Iori, La giovinezza di Shlomo, Gilgamesh Edizioni

copertina: Federico Bassi
Stefano Iori, La giovinezza di Shlomo
Gilgamesh Edizioni
ISBN 978-88-6867-078-8, pp. 128, € 10,00
Collana di narrativa ANUNNAKI
Per acquistare il libro clicca QUI

La giovinezza di Shlomo, l’ho letta nell’insonnia di una notte, d’un fiato.
Si legge d’un fiato. All’inizio mi ha ricordato il Tamburo di latta di  Günter Grass, - anche se qui sarà la madre a scomparire per prima, - per i panorami appena accennati della guerra che non si ferma se non per qualche tregua, spezzata, come sempre da attacchi terroristici. Siamo naturalmente in terra d'Israele, dove l'Autore è già stato (sentendo attorno a sé i rumori della guerra) e dove nell'autunno di quest'anno ritornerà stavolta come poeta ospite al Nisan Festival.
[Il bimbo si salvò per un soffio dall’oltraggio di quella tenaglia disumana che avrebbe dovuto incoronarlo. Ancora grido e ancora sangue. Il piccoletto sgusciò fuori, silente, immobile, mentre la donna chiudeva gli occhi e taceva. “Presto, in rianimazione!”. La madre se ne uscì coperta da un lenzuolo da battaglia, bagnato di umori, di sangue, di linfa.
Il bimbo rimase. In braccio all’infermiera. Sempre zitto. Come in preghiera.
Salomon ‘Shlomo’ Batai nacque a Tel Aviv alla fine della Guerra dei sei giorni.]
Crescerà coi nonni che moriranno poco dopo, successivamente con una zia arcigna e fredda che parla yiddish “Il saggio ode una parola e ne comprende due”, sarà l’unica frase che il padre tradurrà al figlio.
Un padre silente di cui scoprirà l’amore solo alcune rare volte (come quando gli eviterà il servizio militare, lui, soldato di carriera) e, “forse” nei diari e sogni che Shlomo scoprirà solo dopo la sua morte.
Nella terra degli ulivi:
[Troverai ulivi ovunque andrai. Quando li osserverai, pensa. Tre colori e tre possibilità per te: il dolore che credo stia nei contorcimenti del tronco, la realtà che vive sul dorso delle foglie, la speranza che luccica di sotto. E pensa che poi arrivano le olive”].
circondato dalle guerre in Libano, in Giordania, a Gaza e da attentati
[Udì boati, colpi di mitraglia, urla di coraggio e di spavento. La guerra, una nuova guerra. Sempre uguale alle precedenti. La seconda Intifada, lo smantellamento di Gaza. Il muro che stava facendo posto agli ulivi.]
cresce a Tel Aviv nella grande casa di famiglia, dove da ogni punto si vede il mare, mentre negli anni della sua crescita, si allungano i giardini spezzati dai grattacieli, fra albe, tramonti e con Yafo (Giaffa, città araba unita a Tel Aviv) silenziosa e solitaria di notte come di giorno, Shlomo cresce con la passione dello studio scoprendo da Leopardi a Pasolini e quindi l’Italia, l’ultimo paese lasciato dalla famiglia. Scopre oltre ai dolori dei lutti quelli più inesplicabili dell’amore.
[Mentre il giovane cantava lei lo aveva guardato muovendosi appena di lato, prima a destra e poi a sinistra, come ad assestare il baricentro. Come a stendere un fascio di muscoli, a porre l’equilibrio dei nervi nella condizione di slancio verso di lui. E intanto il suo sguardo diceva, quello sì che parlava. Di cose inaudite. Cose che mai avrebbe potuto ammettere al primo fortuito incontro. Fu quel “mai” ad intrigare Shlomo? Come da un proiettore impazzito le immagini di lei gli arrivavano
alla mente come lampi nel buio. Ricordava il suo vestito nero, stretto stretto attorno alle forme nervose.]
Ma le ragioni e le vie del cuore non sono parte di una storia prevista o risolta, né sarà mai possibile raggiungere sapienza e consapevolezza come per gli studi o per il lavoro e la vita sembra prendere altre vie più contorte e frastagliate. La scrittura presenta grande delicatezza e sensibilità, senza lasciarsi travolgere in facili cadute di stile, in qualche modo poetica ma sempre rimanendo alta la capacità del narratore nel descriverci il carattere di ciascun personaggio, dote questa rara negli ultimi tempi di narrativa spesso da incubo e faciloneria.
[Ci furono giorni di ardore e di gioia, ma un dì piove ed un altro splende il sole. Vennero così anche abbandoni e riconquiste, cedimenti reciproci, liti, momenti di inutile perdono, silenzi. Eppure quel nascente amore in altalena non sembrava sfilacciarsi.]
Ma non vi dirò la fine del romanzo, neanche sotto tortura, così la sorpresa sarà tutta del lettore che immaginerà, oltre a ciò che si legge chiaramente, altre immagini e spunti sui luoghi, sulle storie di tante famiglie provenienti da soli gelidi, profughi di tante tragedie, nella speranza di una terra altrove negata, ricca di colori e calda, che tenteranno di vivere in uno dei luoghi più controversi del mondo, dove non sarà possibile non respirare l’aria di precarietà, ma proprio per questo rimane, visitandolo, uno dei paesi dove le persone paiono divertirsi, giocando sulle spiagge, anche di notte affollate, dove sembra che nessuno lavori fra grattacieli e giardini che si snodano ormai per chilometri e la minaccia della guerra, a poca distanza, sembra una invenzione della stampa.
Senza dubbio un romanzo, il primo dell’Autore, già noto come poeta, pieno di riferimenti da scrittori amati, che descrive la vita di persone (o se vogliamo un breve percorso dall'infanzia alla maturità) e di famiglie 'normali' in Israele - non solo di Intifada - come fanno già da tempo Amos Oz o David Grossman.
b.c.
Stefano Iori, mantovano, è giornalista professionista. In gioventù ha recitato per il Teatro Autonomo di Roma e poi fondato la compagnia Ipadò, per la quale firmò otto regie. Si è rivelato alla critica e al pubblico con l’apprezzata monografia critica I Grandi del Cinema: Tinto Brass (Gremese Editore, 2000). Varie le sue collaborazioni, tra cui la cura di testi di promozione culturale dei territori per l’Editoriale Giorgio Mondadori. Ha firmato tre sillogi poetiche: Gocce scalze (2011), Sottopelle (2013, con prefazione di Gio Ferri) e L’anima aggiunta (2014, edizione italiano-inglese con prefazione di Beppe Costa). Numerosi i premi e le segnalazioni nel suo curriculum poetico. Alcune liriche dell’autore sono pubblicate su prestigiose antologie, fra tutte l’Enciclopedia di Poesia Contemporanea (Fondazione Mario Luzi, 2013). La giovinezza di Shlomo è il suo primo romanzo.

martedì 23 giugno 2015

Serse Cardellini, Dell'Inutile, Gilgamesh Edizioni

Serse Cardellini, Dell'inutile
collana: LE ZANZARE, n° 7,  maggio 2015
diretta da Andrea Garbin
Prima edizione in 69 esemplari numerati.
Copertina realizzata da Ivana Maksić.
pagine: 56, : € 8,00, maggio 2015
ISBN 978-88-6867-089-4
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Cosa scrivere davanti ad un libro come quello di Serse Cardellini? Per chi non ama o non ha mai amato la letteratura, è certamente un testo inutile. Al contrario per coloro che ancora di questa si nutre, diventa un testo fondamentale. Con la consueta passione e maturità Serse Cardellini dà una ulteriore prova di quanto possa servire la lettura ma, direi, l’arte in genere, ripercorrendo così alcuni altri grandi autori che dell’inutile si sono occupati in passato: da Pavese a Leopardi fino a Giorgio Manganelli. Ci si chiede, e Serse lo chiede a noi lettori, quanto e se sia ancora utile scrivere e continuare ad “esercitare” il mestiere di scrittore (perlopiù non riconosciuto, specie da noi). Così l'Autore si definisce:

[E quando penso alla cosa più inutile che abbia caratterizzato
la mia vita, questa non può che essere l’ossessione con cui 
ho perseguito la tentazione più comune tra gli scrittori: 
quella di credersi originali. Una credulità
che in me ancora oggi cresce e persiste come qualcosa
d’irrinunciabile, rendendomi il più comune tra comuni
scrittori. Come posso, infatti, rinunciare a quell’unica
cosa che in tutta la sua inutilità mi rende perfettamente
libero nei confronti del mondo?]

Sarà anche vero che l'arte primi a distruggerla sono le istituzioni, ma anche gli 'artisti' contribuiscono alla sua totale devastazione. Non si trovano esempi, se non rarissimi, nei grandi del passato (ma anche del presente) che non vivano in enormi difficoltà - non solo economiche - quando non siano stati perseguitati, incarcerati o, peggio ancora uccisi. Di frequente e più naturalmente abbandonati a se stessi. Si saranno chiesto e molto spesso quale fosse la loro utilità o il loro ‘mestiere’. Le loro voci saranno, se ascoltate, talora postume ma, oggi ancora serviranno? Ancora peggio, anche quando non vivono le disperazioni appena citate, resta solo un flebile lamento, compensato da una mostra o una lettura poetica da condominio, nei casi migliori una targa (non all'ingresso dove hanno miseramente vissuto), ma un pezzo di carta e una foto che ne provi e giustifichi l'esistenza. Se riuscissero in questo, anche nel silenzio più totale, sono certo che starebbero almeno sfiorando il tema di loro interesse, cioè l'Arte! e tutto questo vale anche per me, naturalmente, visto che dell’"inutile" ho fatto anch’io un bel raccolto. Così forse “regrediremo” ancora a quando la scrittura serviva come il pane o come le proteste in strada e le conquiste conseguenti, che erano per davvero una vincita e sepoltura di barbarie. Non ci resta nemmeno il ricordo di quel tempo in cui la letteratura aveva valenza storica e sociale e non solo una valenza introspettiva, egocentrica… evidentemente stiamo così bene che non c’è più nulla da denunciare.
O forse è diventato inutile denunciare perché ci rivolgeremmo ai nostri aguzzini?

[Io rispondo solo alla scrittura, sono al suo servizio, e il “mio” scrivere 
(concedetemi l’aggettivo possessivo per facilità di espressione)
non è a servizio di nessuno perché a nessuno serve, 
essendo la cosa più inutile di questo mondo.
Ciò che voglio dire è che mi è impossibile rinunciare a
tale libertà: sono libero dal momento in cui servo quel
tipo di scrittura che a nulla serve. Qualcuno, allora, di
certo obietterà che il mio essere scrittore non può vantare
un’inutilità assoluta. Ci dovrà pur essere un lettore
(magari io stesso) che ha trovato utile giovamento da ciò
che vado scrivendo. Ma io dico impossibile].

Sembra che questo soliloquio - sproloquio - come lo definisce lo stesso Autore, possa essere un addio alla scrittura mentre, al contrario - penso - sia la consapevolezza dovuta anche all'attività di editore (è Presidente dell'Associazione Culturale Thauma) frequentando e pubblicando per troppo tempo autori tesi ai loro testi, meno a ciò che di nuovo avevano da dire, più  alle 'confezioni in libro' del prodotto sognato. Ed è forse in questa attività piuttosto complessa, e non negli Autori, che Cardellini ha frequentato sin da giovanissimo, che si affronta l'utilità dell'essere poeta o scrittore prima ancora dell'essere pensante, arrivando alla conclusione di quanto possano essere inutili parole che nessuno legge e che non aggiungono nulla di nuovo alla poesia e alla letteratura in genere.
Tutto ciò che noi sappiamo, come agiamo dipende ed è dipeso sino ad ora da ciò che ci è stato trasmesso ma, pare che quanto accaduto per secoli non incida più di tanto: terrori e meraviglie del passato non fanno scuola, non insegnano nulla e si commettono i medesimi errori perché, appunto, la storia non insegna o, più probabilmente non la si conosce.

Scriveva Manuel Vázquez Montalbán, all'inizio del suo "Manifesto subnormale", che ho scoperto e pubblicato nel 1980, ma che risaliva almeno a dieci anni prima:
[La magia della parola è l’unica forza che gli intellettuali speculativi possono opporre all’oscenità del reale. Di tutti gli abbagli che prende l’intellettuale uno solo è grave: credere di aver compreso qualcosa per il mero fatto di essere stato capace di ordinare un determinato segmento di linguaggio].
Quindi mentre il mondo si riarma, lo scrittore parla al muro, impicca i propri sogni e tace.
Anche se, in questo caso, penso, non sia nemmeno una breve pausa.
A voi la scelta leggendo questo saggio, monologo, poesia e, altresì, una motivazione filosofico poetica che non dà risposte bensì una serie infinita di domande, la risposta deve darla il lettore – se ancora è presente – in questa grande bolgia di libri che affolla la società contemporanea, diffusa ormai ovunque, senza considerare se i best sellers siano libri utili da leggere, giustificando la quantità industriale di tali copie presenti ovunque.

Fra tanti libri che si pubblicano questo "dell'inutile" rimane un testo da leggere, rileggere e certamente uno dei più utili per riflettere sui ruoli di chi scrive e di chi legge 
aiutando certamente tutti coloro che si pongono e si curano di queste tematiche.
b.c.

altri brani tratti dal volume:

..Pollicino oggi siede in senato,
[beato...
e va bene, lo ammetto, non riesco
a scrivere di questo nostro tempo
non riesco a non essere geniale
non riesco a leggere il giornale
non riesco a non masturbarmi
non riesco a migliorare
non riesco a curarmi
ma adesso basta con questo mio me,
sia fatto il futuro in terza persona:
prima la brezza, poi il brivido, son
[dei morti il sospiro
è solo questione di tempo (tra un
[tramonto e l’altro)
per trovare tutte le risposte alle
[domande dei filosofi
sapendo che la noia non è mai
[improvvisa,
29
la noia impiega un sacco di tempo ad
[annoiare.[...]


[...] Come posso, infatti, fare a meno di cercare in ogni momento quella vera madre, fosse anche solo per rimproverarle la sua inutilità che mi ha reso un essere al servizio della libertà, il che è come dire libero di non servire a nulla.
Si sarà dunque compreso come la libertà trovi la propria compiutezza nell’inutilità e nell’inutilizzabilità, perché quanto più un uomo è libero tanto maggiore sarà la sua inservibilità. Così la libertà è tanto più vera quanto più è inutile e, similmente, la verità è tanto più inutile quanto più è libera. Allora, ritornando sulla figura dell’autentico e comune scrittore, egli dovrà farsi guidare da questo lume d’inutile verità e libertà e, allo stesso modo del pazzo, dello storpio e del povero, giungerà a essere completamente inservibile per l’intera società al fine di farsi da essa servire; egli, infatti, in nome della propria originale inutilità è l’essere più emarginato dalla società e, dunque, veramente libero.[...]

e conclude:
[...] al poeta, dall’altra parte del mondo, la musa ha proibito di continuare a scrivere. egli ha dunque ripreso il suo saccopelo e, srotolandolo, s’è infilato nel silenzio. di lui dicono che non abbia potuto fare a meno di togliersi la vita. così dicono. ma è già leggenda.]

L'Autore al Festival Internazionale di Poesia Virgilio
qui con Basir Ahang (Mantova, maggio 2015)
Serse Cardellini è nato a Pesaro nel 1976, dove vive. Poeta e filosofo, nel dicembre 2005 fonda l'Associazione Thauma Edizioni di cui è il Presidente. In ambito poetico ha pubblicato: L'Archipoeta (Edizioni OCD, 2007); Atlantide, Atlante della Terra del Poeta (Thauma Edizioni, 2008); Il mio Orfeo (Thauma Edizioni, 2010); Né giorno né notte (Greta Edizioni, 2011); Cantico lunatico (Thauma Edizioni, 2011); Vita morte e miracoli (Edizioni Forme Libere, 2011). Nell'anno 2010 ha curato per l'AMP (Accademia Mondiale della Poesia) della città di Verona, di cui è direttore letterario, l'antologia Poesia e Pace, che vede presenti le opere di sessanta poeti provenienti dai cinque continenti. Nel 2011, per il decennale dell'AMP, ha organizzato la Prima Fiera dell'Editoria Poetica Italiana.

venerdì 19 giugno 2015

Il male felice, Pellicanolibri

Tascabili Pellicanolibri, pag. 102, € 10.00 - 1992
Il terzo romanzo edito nel 1992, ancora disponibile, può essere acquistato scrivendo a Pellicanolibri

estratto della parte finale:

[...]Una grande delusione era venuta da Dio, poi dai partiti, ancora dai miti, quindi di sé, infine di quel sentimento forte, invincibile e non definibile ch'era l'amore.
A quel punto non sentiva il bisogno benché minimo di spostarsi verso la finestra e guardar fuori, non poteva esserci nulla che lo potesse interessare. Poteva benissimo guardare dentro se stesso e appariva tutto ciò che i suoi occhi avrebbero potuto vedere.
Infatti è inutile girare lo sguardo si finisce sempre per vedere solo ciò che si vuole vedere.
E gli occhi, nel senso fisico, non volevano vedere più. Come in una pellicola, s'era concluso il nastro. E non avrebbe fatto nulla in nessun caso per mutare quella situazione: gli stava bene così, tutto bene così. Rita avrebbe diretto per lui l'orchestra, sarebbe stata lei la delegata delle sue responsabilità.

Il tuono adesso è fragore. Rita sembra non sentirlo e Marco tenta di non muoversi nel tentativo di non svegliare il suo sonno tanto leggero.
Anche oggi hanno parlato di mafia: dappertutto, sembra sia la sola cosa che in questo paese funzioni: davanti a tutti gli sfasci di ogni istituzione, sembra essere l'unica struttura in grado di agire di continuo, di non essere mai in crisi. Sembra che ormai ognuno di noi, anche inconsapevolmente ne faccia parte, assuefatti alle sopraffazioni d'ogni genere ne siamo vittime e responsabili. Eppure, sarebbe bastata una notizia appena diversa da quella dello smembramento del pool antimafia, dell'allontanamento in diverse maniere e misure di magistrati, commissari, generali, perché avesse potuto dire ai propri occhi: avete visto male!
Ogni tanto ricorda la madre, in questi ultimi trent'anni s'è rimpicciolita ma non smette di chiedere al figlio cosa faccia, se guadagni.
Le analisi sono sparse per terra, senza alcuna possibilità di dubbio. Quei malori accusati da tempo, quel tremore di entrambi non era più coniugato al trasporto, alla passione amorosa.
Le convulsioni non certo dell'incanto inatteso o legate al timore di non farcela più. Proprio non ce l'avrebbero fatta più: entrambi.
Incautamente era tornato all'amore dopo tanti anni, ma non perché vinto dalla vecchiaia, incautamente Rita aveva una grande esperienza.
E l'ultimo convegno di Boston s'era concluso con almeno una certezza: per altri dieci anni almeno non si sarebbe potuto parlare di vaccino.
Era possibile che Rita non sapesse? S'era voluta vendicare dopo così tanto tempo dell'abbandono della madre da parte di Marco? O addirittura poteva essere la figlia di quell'abbandono?

Marco era stato sconfitto dalla più dolce e terribile delle passioni umane: l'amore o la vendetta.

I moralisti avevano vinto.


domenica 14 giugno 2015

Arrabal, Lettera ai militanti comunisti spagnoli

Questo volume è stato pubblicato in Francia da Christian Bourgois Editeur, Parigi 1978 e in Italia da Pellicanolibri l'anno successivo,
da me tradotto.
Il libro, una delle lettere di Fernando esule in Francia, anticipa eventi che accadranno sistematicamente, fino alla dissoluzione dell'Unione Sovietica.

Abbiamo pensato di mettere in rete il pdf dell'intero libro, sul sito della nostra editrice, (così come di altri titoli esauriti), affinché resti testimonianza di quanto Arrabal abbia scritto sin dal 1978.
Speriamo anche di dare alle stampe in qualche modo anche la Lettera al Generale Franco, sempre da me tradotta mentre la Lettera a Fidel Castro è stata tradotta e pubblicata anche in Italia

Per scaricare il pdf del volumi esauriti clicca QUI



lunedì 8 giugno 2015

Fabrizio Arrighi, Tre poesie

Andrea Garbin, Alejandro Murguìa, Anna Lombardo,
Igor Costanzo e Fabrizio al Festival Internazionale
di Poesia Terre di Virgilio (Mantova)
Qualcuno parla poco di sé, si limita così ad essere fronte e sostegno per gli altri. Fabrizio è una delle voci (silenziose) del Movimento Dal sottosuolo, presente quando serve e serve tanto, davvero.
Leggendolo si comprende subito anche perché si faccia parte di questo gruppo di poeti e scrittori un po' folli, molto bambini (due qualità essenziali) e moltissimo impegnati per gli altri.
Da queste tre poesie che qui pubblico, senza troppe parole - come solito preferisco quelle dell'autore - si comprende come e perché possa stimarlo conoscendo per traverse vie quello che fa, ciò che scrive e non ciò che potrebbe (forse se le distanze non fossero così tante) dire. (b.c.)



L'asino borghese

I ricchi si fanno ibernare
quando si sveglieranno nell'anno tremila
affermeranno di avere sconfitto la morte!
Nel frattempo
I poveri restano poveri. Fino a quando?
I vecchi parlano del passato. Fino a quando?
I giovani aspettano la guerra
e gridano alle ragazze
di sperare nella pace. Fino a quando?
Alcuni preti fornicano, quando possono,
altri, meno coraggiosi
si accontentano di abbordare i ragazzini all'oratorio. 
                                 Fino a quando?

Fino a quando esisterà l'asino borghese.
Tutta colpa dell'asino borghese.

La mia stufa brucia ossa. Il mio cuore va a petrolio.
Mi nutro di commendatori e cavalieri.
Ma, non voglio allori.
Compagni non son vostro compagno!
Camerati andate a farvi fottere!
Io ho la mia guerra privata contro l'asino borghese
che è cattivo, mangia ipoteche e va a teatro.
Con la cravatta crea delle barchette
in cambio otterrà i cento punti qualità.
L'ultimo noir di Fabrizio
Quando ne avrà diecimila potrà baciare il Papa
e stringere la mano a Ursula Andress.
Nell'attesa si diverte a uccidere le lucertole con gli spilli.
L'ho visto: fa proprio schifo.


Lampedusa

Solo i poeti e gli astronauti possono vagare negli spazi siderali
assaporando il valore della libertà:
vedono mari, monti, fonti termali
primordiale essenza di qualità.

Lassù! Lassù non esiste schiavitù,
cullato da false luminescenze,
troppo legato a vane credenze
naufrago beato nel verbo di Gesù!

Laggiù! Laggiù osservo sconsolato
orde di famelici predatori,
creare leviatani inquisitori;
dal male può nascere un grande stato?

Albeggia un nuovo giorno dorato,
dardeggia la fiamma della speranza
dal sottosuolo sale un lamento,
la redenzione sta nella sapienza!

Vittime e carnefici ruotano
sulla giostra della vita: piangono.
Chiamarti fratello è un dono
troppe Lampedusa dividono il mondo.
 
Fabrizio presenta I morti della Selva
Poesia

La poesia è un punto nero sopra un foglio bianco.
La poesia è un punto bianco sopra un foglio nero.
La poesia è la morte dell'arroganza, il suicidio della prepotenza,
il dissanguamento dell'indifferenza.
La poesia è il dito medio infilato nel culo a ogni forma di regime.
La poesia è il lamento alla libertà negata.
La poesia è la perfezione alle nostre imperfezioni.
La poesia è l'estasi e il tormento.
La poesia è osservare un vecchio sdentato,
in una assolata Città del Messico, piangere disperato
con le braccia rivolte al cielo, mentre accompagnava
il feretro del figlio morto di stenti
durante il tentativo di attraversare la frontiera degli Stati Uniti,
alla ricerca della felicità!
La poesia è guardare il sommo Orazio
anchilosato dal peso degli anni, lacero, macilento,
nell'atto di ringraziare Dio o chi per esso
sapendo che avrà a disposizione un altro giorno
per osservare il sorgere del sole
sorseggiare una tazza di latte fumante
ascoltare il soffio del vento sopra un campo di grano,
e guardare un tramonto incandescente.
La poesia è il fango che scorre lungo la via
e la stella che brilla in cielo!


Fabrizio Arrighi

Fabrizio Arrighi è nato a Lonato del Garda. Vive a Mazzano (BS). Nel corso della vita ha svolto vari lavori: assicuratore, venditore, operaio, impiegato. Appassionato di letteratura, inizia a scrivere i primi racconti sin dalla giovinezza.
Nel 2010 ha pubblicato “La fonte del fabbro”, romanzo che racconta l’esperienza della guerra vissuta dal padre.
Seguono (2014) Orme insanguinate sulle isole galleggianti e I morti della Selva primo e secondo di una trilogia noir che vede come protagonista l’investigatore Brando Ferretti.
Arrighi è tra i fondatori del Movimento Dal sottosuolo, gruppo di autori con sede al Caffè Galeter di Montichiari e con i quali, nel 2014, ha pubblicato “Manifest’Azioni dal Sottosuolo” (Seam Edizioni).
Il Movimento Dal Sottosuolo con Fernando Arrabal (2013)

Basir Ahang, Sogni di Tregua, Gilgamesh Edizioni

SOGNI DI TREGUA
ISBN 978-88-6867-088-7, pp. 64,
prezzo di copertina € 9,00
Collana Le Zanzare N. 6, a cura di Andrea Garbin
Per ordinare il libro clicca QUI
Era (quasi) logico che prima o poi ci si incontrasse e così, infatti, è accaduto. Quel verso che la poesia unisce i popoli ancora una volta si rivela esatto. Per quei popoli che soffrono mancanza di libertà, di azione, quando non diviene ancor peggio di sistematica eliminazione. Questa la poesia e la vita di Basir Ahang, rifugiato in Italia da alcuni anni, (le notizie relative si trovano facilmente in rete) percorsa anche con la poesia la strada che, in qualche modo, renderà ancora più visibile il suo canto d'amore sconfinato verso il suo popolo, gli Hazara (primi fra tutti i familiari) che da sempre soffre la persecuzione e lo sterminio.
Una poesia civile, d'impegno quindi ma che non tralascia mai, anche nelle parole talvolta dure e\o amare, le ragioni dell'umano cuore ed è lì che diventa un canto ancor più doloroso e allo stesso tempo assume ritmi musicali ancora più intensi.
Nella collana diretta da Andrea Garbin, per le misteriose vie che percorrono i Poeti che hanno tanto da dire sulle proprie ferite, comuni a quelle di tanti perseguitati, per le Edizioni Gilgamesh - non poteva essere altrimenti - il risultato arriva e arriverà nelle menti e nei bisogni di chi quotidianamente svolge un lavoro di diffusione così raro, malgrado innumerevoli siano diventati i mezzi, sulla devastazione di terre e popoli senza stato e condizione, mentre ignaro l'occidente continua a sfruttarli e consumarli. Mi auguro che questa voce di Basir si diffonda e che anche la Poesia serva in qualche modo a fare conoscere situazioni quasi sempre sepolte nel nostro vivere quotidiano. (b.c.)

due "esempi" tratti dal libro

QUESTO MOMENTO MI APPARTIENE

Questo momento mi appartiene
per il peregrinaggio e lo sconforto
per tutto ciò che è stato e non è più
le orme dei miei piedi segnano il tracciato di molti
                                       confini
da Kabul a Roma
da Tamerlano a Giulio Cesare
passando per terre che trasudano de Gobineau

questo momento mi appartiene
ed io lo regalo a mia madre
che per tutta la vita ha ricamato i suoi desideri
su scampoli di cotone
solo per permettere a mio padre
di soffiarcisi il naso

per le mie sorelle isolate dal mondo
e per i miei fratelli
che al posto dei libri
senza averne l’intenzione
hanno imbracciato i fucili

questo momento mi appartiene
ed io lo donerò alle lacrime e alle grida
affinché il riflesso e l’eco
sveglino i sordi e ridiano la vista ai ciechi
della mia città
Basir con il poeta Mohammad Sharif Saiidi
al Festival Terre di Virgilio

questo momento non mi appartiene più
è tempo di andare
tocca a me raccontare le acque vagabonde
del Mediterraneo
affinché le orme dei miei piedi divengano indelebili


HO SOGNATO LA FINE DELL’ESILIO

Ho sognato la fine dell’esilio
e con esso la stagione della rabbia
in quelle gelate terre montuose
a me così care

Ashterlai e Nili
indossavano i loro abiti bianchi
e i corpi tremavano per il freddo

Quando arriverà la stagione dei Panj Toghal13
sono sicuro:
tornerò nella terra d’Hazaristan

Sotto i raggi della luna piena
le ragazze del paese formavano un cerchio
e con un Chardapal14
riuscivano a predire il futuro

Quando il canto di distici funesti
echeggiava in tutto il paese
io ero ritornato in Hazaristan
ed ero in cerca di te
per ricongiungermi alla mia essenza
e alla gente delle montangne
dai volti più tristi
dei Buddha di Bamiyan
che tremanti con le mani rivolte al cielo
pregavano per il passaggio indenne del Se Toghal*
le valanghe del furioso inverno

E ritornavo
per trovare la mia parte mancante
e con essa la Gul Andam dei miei sogni
come quando di notte
nella primavera della mia infanzia
cercavo le tue gote
nel riflesso dell’acqua

Il Chardapal continuava a predire il futuro
e il riflesso delle tue gote di melograno
era ancora visibile sullo specchio dell’acqua
e i palpiti del tuo cuore
Basir al con la cantante Elaha Soroor
al 
Festival Terre di Virgilio
che attimo dopo attimo
mi distruggevano
si mescolavano alla melodia del Dambura

Sotto la luna piena
per un attimo rigettati
nel nostro mondo d’infanzia
tra l’amore e la semplicità
vicino al vecchio stagno d’acqua calda
ogni cosa brillava
alla luce dei tuoi fulvi capelli

Come se ogni cosa fosse tornata al suo posto
e io impazzivo
ebbro di una gioia insperata
quando infine i nostri menti si avvicinarono
e la tua mano destra toccò il mio collo
ero finalmente ritornato
per dissolvermi in te

15 Fine dell’inverno.


Biografia dell’autore:

Basir Ahang è poeta, giornalista e attivista per i diritti umani nato a Ghazni, in Afghanistan, nel 1984. Laureato all’Università di Kabul in Storia e Letteratura persiana con una tesi sulla poesia contemporanea dell’Afghanistan, ha iniziato la sua carriera scrivendo per diversi giornali locali, fondando e lavorando come produttore radiofonico per Radio Malistan e per molti altri mezzi di comunicazione locali a Kabul. Nel 2006, mentre si trovava in Afghanistan, iniziò a collaborare
con un giornalista del quotidiano La Repubblica. In quel periodo, il giornalista e fotografo, Gabriele Torsello venne rapito dai Talebani nella provincia di Helmand.
Durante la presentazione a Mantova (22.5.15)
de "Le zanzare"con Andrea Garbin 
Basir è stato direttamente coinvolto nella liberazione del giornalista, ottenendo rapporti confidenziali da parte delle autorità dei talebani che detenevano Torsello. Ha avuto così modo di conoscere i nomi dei rapitori. Dopo il rilascio di Torsello, è stato oggetto di minacce e intimidazioni da parte dei Talebani e per questo costretto a fuggire dall’Afghanistan.
Nel 2008 ha ottenuto lo status di rifugiato politico in Italia dove tuttora studia e lavora. Nel 2009 e 2010 ha viaggiato in Grecia con l’obiettivo di documentare la tragica situazione dei rifugiati. Il resoconto di questi viaggi è stato raccontato nel suo documentario La Voce di Patrasso e nella pubblicazione di molti articoli su siti online tra i quali Kabulpress.org, del quale è responsabile per la parte relativa ai diritti umani. Da anni si occupa di diversi progetti volti a richiamare l’attenzione
sulla situazione del suo popolo e soprattutto degli Hazara, il terzo maggiore gruppo etnico in Afghanistan.
A questo fine ha fondato assieme al giornalista Kamran Mir Hazar il sito www.hazarapeople.com. Quest’etnia è infatti da tempo immemorabile oggetto di discriminazioni e tentativi di pulizia etnica in Afghanistan e Pakistan. Basir ha anche collaborato con UHNCR (Agenzia della Nazioni Unite per i rifugiati). Tra i siti che hanno pubblicato i suoi articoli vanno annoverati Kabulpress, “BBC” Persian, Deutsche Welle, Al Jazeera, Radio Zamaneh e Frontiere News. In qualità di giornalista e attivista per i diritti umani Basir è stato inoltre candidato al premio Images and Voices of Hope’s 2014 negli Stati Uniti. Basir si occupa anche di poesia e di cinema.
Ha recitato nel cortometraggio del regista Hazara Amin Wahidi L’ospite vincitore del premio Città di Venezia 2014. In veste di giornalista ha invece preso parte al documentario dei registi Razi e Soheila Mohebi “Afghanistan 2014”.
Nel 2014 ha partecipato al Festival Internazionale di Poesia “Ottobre in Poesia” di Sassari, ottenendo il premio speciale della critica per una sua poesia in concorso(Quella fottuta notte).

Questa è la sua prima pubblicazione in italiano.

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sabato 6 giugno 2015

Naim Araidi al Simposio, testimonianze raccolte da Giuliana Bellorini


Dedichiamo da oggi e con piacere uno spazio al Simposio
- Via delle Orchidee, 4 - Lido di Cincinnato - Lavinio -
alla volontà di Giuliana Bellorini che mette a disposizione dell'arte la propria casa, il proprio tempo e i mezzi affinché le persone si riuniscano parlando di arte: musica, poesia, natura e tutto quanto trova sempre meno spazio d'incontro.
Da qualche tempo amici poeti che vengono a trovarci in libreria passano anche per la sua casa.

Purtroppo il 2 ottobre di quest'anno Naim ci ha lasciati.
Restano le sue parole scritte e il suo impegno per la Pace.

Questo quaderno -7- stampato e curato dallo stesso Simposio è dedicato a Naim Araidi, ospite al Simposio il 20 gennaio 2015 contiene interventi della stessa Giuliana, Stefania Battistella, Ivana Moser, Iago, Beppe Costa, Laura Quinzi, Rosa Marzullo


Abbiamo realizzato che questi interventi siano straordinaria testimonianza e così abbiamo caricato il pdf nella nostra pagina Pellicanolibri in modi da raggiungere più persone possibili.

Certi anche di fare cosa gradita anche agli autori presenti all'incontro col Poeta il 20 gennaio 2015

Per scaricare il testo basta cliccare QUI